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La solitudine dell'anziano in RSA: il valore della relazione oltre l'assistenza

solitudine in RSA

Siamo spesso abituati ad associare la solitudine degli anziani all’immagine di una casa vuota, di giornate che trascorrono sempre uguali e di un silenzio che sembra riempire ogni spazio.

Eppure, la solitudine non si combatte semplicemente circondandosi di altre persone. O meglio, non basta solamente questo.

Si può vivere dentro una struttura, in mezzo a operatori, altri ospiti e attività quotidiane, e sentirsi comunque profondamente soli quando vengono meno l’ascolto, la relazione e il calore umano.

C'è infatti un abisso tra l'essere soli e il sentirsi soli. La prima è una condizione fisica e numerica, legata all'assenza di contatti; la seconda è un vero e proprio stato d'animo, che nasce quando una persona sente di aver perso il proprio ruolo, di non essere più ascoltata o di non avere più un peso nella vita degli altri. Per questo, accogliere un anziano significa fare molto di più che garantirgli un'eccellente assistenza pratica: significa preservare la sua identità e farlo sentire ancora parte attiva della comunità.

Un nuovo ambiente, una nuova quotidianità

Questo delicato equilibrio emerge con forza ed in particolare nel momento dell’ingresso in una struttura, situazione classica in cui una persona lascia spazi, abitudini, luoghi ed oggetti che per anni hanno rappresentato sicurezza, familiarità e ricordi preziosi.

Infatti, un cambiamento così importante può generare un senso di smarrimento e fragilità, soprattutto quando viene vissuto come una perdita della propria autonomia o del controllo sulla propria quotidianità.

Proprio per questo motivo, l’accoglienza non può limitarsi alla semplice applicazione di un protocollo assistenziale, ma deve trasformarsi in un vero incontro con la persona e con la sua unicità, con l'obiettivo finale di farla sentire a casa, accolta, ascoltata e soprattutto, non sola.

Chi entra in una struttura non porta con sè una cartella clinica, ma un vero e proprio bagaglio prezioso fatto di storie, preferenze, relazioni e vissuti che meritano di essere ascoltati, rispettati e protetti ogni giorno.

La relazione come parte della cura

Gli operatori socio-sanitari fanno molto più che assistere: sono i primi a intercettare la solitudine che spesso si insinua nelle giornate degli anziani in RSA. Passando ogni giorno accanto a loro, notano subito quei piccoli segnali silenziosi che altrimenti passerebbero inosservati: uno sguardo spento, un silenzio insolito o la tendenza a isolarsi in camera.

In questi momenti, la vera cura passa attraverso la relazione. Fermarsi a fare due chiacchiere, ricordarsi di un'abitudine o ascoltare una vecchia storia sono gesti semplici, ma potentissimi contro l'isolamento: fanno sentire l'anziano visto, importante e ancora legato al mondo. A questo si unisce il ruolo fondamentale della famiglia, un ponte indispensabile per non spezzare il filo con la propria vita e i propri affetti.

È proprio quando la competenza medica si unisce a questo calore umano che la struttura smette di essere solo un luogo di degenza e diventa un posto dove l'anziano può sconfiggere il vuoto e sentirsi, finalmente, a casa.


FONTI

  • Sofia per la Famiglia, Insieme ma soli: la contraddizione della solitudine nelle strutture per anziani
  • Assistenza Famiglia, Anziani soli: i rischi della solitudine e l’assistenza come rimedio
  • Anni Azzurri, Anziani e solitudine: consigli per affrontarla
  • Comune di Città di Castello, La solitudine dell’anziano (materiale divulgativo)

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